Georgetown
Fino a quarantotto ore prima, tutto era molto semplice: la sua vita scorreva ordinatamente e senza scossoni. Ogni evento scivolava verso il successivo, dalla scuola privata al liceo e poi all’università, e da lì il tuffo in un campo per il quale provava una tale passione che non le sembrava neanche di lavorare. Dieci mesi prima Jan Voerhoven era entrato nella sua vita, e anche se non si era dichiarato formalmente, la conclusione naturale della loro storia sarebbe stata il matrimonio. Era sempre stata in grado di prendere rapidamente le sue decisioni, senza preoccuparsi delle conseguenze. A un mese dal suo trentaduesimo compleanno era avviata nella vita che aveva desiderato: una carriera, una causa per cui lottare e l’anima gemella.
D’un tratto tutto sembrava diverso. Le scelte si erano fatte più difficili e gli sviluppi di quelle decisioni avrebbero influenzato per sempre la sua vita. Le responsabilità vere spaventavano Aggie Johnston molto più di quanto lei fosse disposta ad ammettere.
Il suo castello era crollato nell’istante in cui Philip Mecer era comparso alla festa di suo padre, con lo smoking che metteva in risalto il suo fisico asciutto e muscoloso e quegli occhi grigi e seducenti come quelli del diavolo in persona. Per non parlare di quel sorriso, a cui nessuna donna avrebbe saputo resistere.
Aggie si alzò dal divano e attraversò la stanza avvicinandosi alla porta-finestra del balcone. Il suo appartamento dava sul canale C&O e il terrazzo, sospeso sull’acqua scura, era il suo angolo preferito. Dall’altro lato del canale vedeva le persone che andavano a correre, una parata che non finiva mai. Rimase lì fino a quando l’umidità della sera non le inzuppò la maglietta striminzita che le si appiccicava alla pelle.
Rientrò nel fresco dell’aria condizionata, chiudendo la finestra con un gesto deciso che era solo esteriore. L’appartamento era arredato con alcuni mobili che erano stati di suo padre e che non le piacevano, ma che aveva tenuto per farlo contento. L’unico pezzo che le piaceva veramente era una vecchia poltrona che aveva comprato in un negozio dell’usato quando era al primo anno di università. Se l’era portata dietro come un cagnolino fedele e negli anni aveva dovuto farla riparare parecchie volte, al punto che del pezzo originale rimaneva ben poco. Ciononostante per lei era comunque la stessa poltrona che l’aveva accolta sin dai primi giorni a Westminster. Si accoccolò e si lasciò andare, cercando nella poltrona un abbraccio di cui in quel momento aveva disperatamente bisogno.
Sapeva che Mercer era nell’elenco degli invitati, e suo padre l’aveva presa in giro dal momento in cui aveva spedito gli inviti. Aveva sperato che non venisse, ma allo stesso tempo aveva pregato che lo facesse. Vedendo che la conferma RSVP non arrivava aveva provato un misto di delusione e di sollievo. Ma quando lui era entrato nel salotto la sua cotta adolescenziale era tornata a galla con una tale potenza che la faceva sentire ancora la romantica liceale che era stata quando lo aveva incontrato la prima volta. La sua vita così lineare si era fatta improvvisamente molto più complicata di quanto avrebbe mai immaginato... Nuovi pensieri, nuove idee e nuove possibilità si accatastavano nella sua mente e alla fine tutto quello che riuscì a fare quando finalmente si incontrarono fu trattarlo male.
Non sapeva perché era andata a casa sua il giorno prima e comunque, che fosse intenzionale o casuale, aveva indossato la biancheria intima più succinta che aveva. Nell’istante in cui aveva messo piede in casa di Mercer, Jan era scomparso dalla sua mente. Il suo sentimento per Mercer era innegabile, e la cosa era per lei alquanto frustrante. Non aveva mai provato emozioni così forti, neanche quando aveva incontrato Jan per la prima volta.
“Maledizione!” disse, alzandosi di scatto dalla poltrona.
Si mise a cercare le sigarette, che aveva lasciato sul bancone della cucina invaso dalle cianfrusaglie. Ne accese una, cercando di calmarsi.
Non sarebbe dovuta andare da lui la sera prima, ma non era riuscita a impedirselo. Era innamorata di Jan, sarebbe diventata sua moglie. Era quello che voleva. Lui rappresentava tutto ciò che al mondo, per lei, meritava rispetto. Avrebbe buttato tutto alle ortiche per un uomo che reputava disprezzabile?
Continuò ad arrovellarsi su questi pensieri fino a quando non ci furono tre nuovi mozziconi di sigaretta nel portacenere stracolmo, ma non riuscì a darsi una risposta. Non sapeva cosa questo significasse per la sua vita: forse che sarebbe sempre stata infedele, lasciandosi coinvolgere in relazioni occasionali ogni volta che qualcuno la intrigava? Oppure Mercer era un caso a parte, una di quelle infatuazioni che capitano una sola volta nella vita? Fino a quel giorno Aggie non aveva mai avuto dubbi su di sé. Ma c’era un’altra domanda che la torturava, di gran lunga più importante. Ogni volta che la sfiorava con il pensiero, la paura della risposta la spingeva ad allontanarsi subito. Si sentiva come quando le mestruazioni arrivavano in ritardo e aveva più paura di fare il test di gravidanza che dell’idea della gravidanza stessa.
In quello stato confusionale, la domanda si fece finalmente strada nella sua mente. Perché suo padre aveva mandato Burt Manning a uccidere Mercer la sera prima?
Manning aveva lavorato per suo padre per molti anni e Aggie lo conosceva dai tempi dell’università. L’attacco alla casa di Mercer era stata l’esperienza più spaventosa che avesse mai vissuto, ma quando aveva visto Burt morto sul pavimento era stato davvero troppo. Era scappata via più velocemente che poteva, capendo improvvisamente perché suo padre le aveva suggerito di non vedersi con Mercer: Max Johnston sapeva che Burt stava andando a casa di Mercer per ucciderlo.
Gli occhi le si riempirono di lacrime che le gocciolavano sul petto. La sera prima aveva immaginato che sarebbe scoppiata a piangere, ma mentre estraeva un fazzoletto di carta dalla scatola sepolta nel mucchio di oggetti che ricoprivano il bancone, si chiese se sarebbe mai riuscita a sfogarsi del tutto. Quelle lacrime silenziose si trasformarono in violenti singhiozzi che le scuotevano tutto il corpo. Crollò sul pavimento, aggrappandosi agli armadietti della cucina con tutte le sue forze.
Le conseguenze le stavano cadendo addosso più rapidamente di quanto fosse in grado di sopportare. Nelle ultime quarantotto ore tutto ciò per cui aveva lavorato, tutto ciò che aveva sognato era stato completamente rovesciato. Il suo fidanzato, un uomo che amava e rispettava più di chiunque altro, sbiadiva e non reggeva alcun confronto davanti a Philip Mercer. E suo padre, che non le era mai piaciuto ma che aveva sempre amato, si stava rivelando un mostro che ingaggiava sicari per uccidere la gente. Avrebbe voluto chiudere gli occhi e dormire per poi svegliarsi e scoprire che era solo un orribile sogno.
Quando il campanello suonò, il trillo sembrò provenire dal suo subconscio, da un luogo lontano. Ma poi sentì una chiave che girava nella toppa e con uno sforzo si alzò da terra e si rimise diritta. Si passò le dita tra i capelli e si asciugò le lacrime col dorso della mano.
Suo padre entrò in cucina con in viso un’espressione molto preoccupata. Indossava la sua solita uniforme: un vestito scuro dal taglio perfetto, camicia bianca e una cravatta fantasia perfettamente abbinata. Persino in quel momento di dolore, Aggie notò che come sempre indossava scarpe non proprio distrutte, ma molto vissute. Non si fidava delle scarpe troppo lucide, diceva che erano un’ostentazione tipica di chi bada molto alla forma e poco alla sostanza.
“È tutto il giorno che ti chiamo, ma hai il telefono staccato. Ero preoccupato” disse prima di accorgersi dei segni del pianto sul viso di Aggie. “Tesoro, cosa succede?”
In quel momento non importava che suo padre scoprisse che fumava. Aggie si accese una sigaretta. “Papà, io ero là ieri sera, e ho visto cosa volevi fare.”
“Aggie” disse Max Johnston con voce tenera, “di cosa stai parlando?”
“Ero a casa di Mercer ieri sera. Ero là quando Burt Manning ha cercato di ucciderlo.”
“Burt Manning?”
“È entrato in casa di Mercer con un altro uomo. Erano là per ucciderlo. E so che li hai mandati tu. So che volevi che Mercer venisse ucciso.” Nonostante la rabbia, Aggie scoppiò di nuovo a piangere.
Suo padre spalancò gli occhi, sconvolto. “Burt Manning ha cercato di uccidere Mercer ieri sera? Ne sei sicura?”
“Ero là, papà. Burt e un altro uomo si sono infilati in casa sua. Hanno ucciso un agente dell’FBI. Burt mi ha quasi uccisa prima che Mercer gli sparasse. Mercer è stato colpito a una spalla e un suo amico ha beccato una pallottola in una gamba, che però è una gamba artificiale quindi non si è fatto niente.” Aggie si rese conto che stava balbettando. Aveva deciso che sarebbe stata forte nel momento del confronto con suo padre, ma il suo pianto esplose come un torrente in piena. “Lo so che li hai mandati tu. È per quello che non volevi che rivedessi Mercer.”
Max prese Aggie tra le braccia, stringendo il suo corpo tremante, carezzandole i capelli, e intanto le sussurrava: “È tutto a posto ora, va tutto bene.”
Rimasero così per qualche minuto, Aggie si calmò e i suoi singhiozzi si acquietarono. Quando si fu calmata del tutto, Max la allontanò per poterla guardare dritto negli occhi. “Sei ferita?” Aggie scosse la testa e lui l’abbracciò di nuovo, stringendola ancora più forte per il sollievo.
“Aggie, ascoltami bene” disse dopo qualche minuto. “Sono mesi ormai che Burt Manning non lavora più per me. Ha un’attività in proprio come esperto di sicurezza. Anche quando lavorava per la Petromax sapevo che era uno squilibrato. Era bravo nel suo lavoro, ma era troppo instabile e non si riusciva a controllarlo. L’ho licenziato la primavera scorsa. Non so niente di questa faccenda, dell’attentato alla vita di Mercer, ma posso assicurarti che io non c’entro niente.”
Max sorrise, e i suoi occhi luccicavano di preoccupazione e d’amore. “Fin da quando eri piccola mi hai sempre accusato di un sacco di cose, e alcune erano vere, ma non arrivo certo a commettere omicidi. E poi, che motivo avrei per uccidere Mercer? È un mio caro amico.”
“Ma tu mi hai detto di stargli alla larga” disse accusandolo sommessamente.
“Tesoro, l’ho fatto per proteggerti. So che ti eri presa una bella cotta per lui, e volevo solo evitarti di soffrire. Ha la reputazione di uno sciupafemmine. Una cosa è la cottarella di una ragazzina, ma anche se sono passati tanti anni sono sicuro che ti si spezzerebbe il cuore. Mercer mi piace, ma non mi fido di come potrebbe comportarsi con te. È per questo che ho cercato di dissuaderti. Povera bambina mia…” Si abbracciarono ancora più forte e lei pensava che avrebbe voluto aver fatto di più quando era piccola, ma in fondo non era troppo tardi.
“Aggie, lo so che stai con il capo di quell’organizzazione per cui lavori. Non lo approvo, ma so che si comporta bene con te e che ti rende felice.” Non sapeva che stavano già parlando di matrimonio, Aggie non aveva mai avuto il coraggio di dirglielo. “Togliti Philip Mercer dalla testa, è la cosa migliore, ok?”
Aggie annuì docilmente, mentre si asciugava le lacrime.
“Ti faccio una proposta, tesoro. Non dirò niente sul fatto che fumi, né ti chiederò cosa ci facevi a casa di Mercer alle dieci e un quarto di ieri sera, e tu in cambio mi prometti di togliertelo dalla testa.”
Aggie alzò lo sguardo e sorrise a suo padre. Un sorriso fragile, di animale ferito, ma pieno di fiducia. Gli mise le braccia al collo, perdendosi in quell’abbraccio come faceva quando sprofondava nella sua poltrona. “Ti voglio bene, papà.”
“E tu sei la mia vita, tesoro. Non dimenticarlo mai. Va meglio?”
“Sì, passerà. Credo che lascerò la città per qualche giorno, ho bisogno di andare via.”
“Certo, è una buona idea. Senti, la casa dell’azienda, sulla Hilton Head, è libera. Un jet della Petromax potrebbe portarti là nel giro di un’ora. Vuoi che te lo prenoti?” Aggie annuì.
“Perfetto. Senti, devo andare a Londra per un paio di giorni. Cosa ne diresti se poi ti raggiungessi?”
“Sarebbe fantastico” disse sforzandosi di sorridere.
Appena suo padre se ne fu andato, Aggie chiamò la US Airways. Dopo un interminabile messaggio registrato, finalmente riuscì a parlare con la biglietteria.
“Qual è il prossimo volo che parte dal Reagan Airport?” chiese Aggie senza preamboli.
“Dove vuole andare, signorina?”
“Voglio arrivare in Alaska, ma per adesso non importa la destinazione, voglio solo andarmene da Washington.” Aggie non aveva detto a suo padre a che ora era andata a casa di Mercer, ma lui lo sapeva.
Oh, Dio…